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STORIA DEL NINJUTSU

L'arte della furtività.

Tentare di risalire alle origini del Ninjutsu è impresa quantomeno azzardata. Elementi e concetti alla base di quest'arte marziale sono, per così dire, senza tempo. Tuttavia un accenno preciso alle funzioni che sarebbero state in seguito tipiche dei ninja lo da nel VI secolo a.C. Sun Tzu nella sua celebre opera "L' arte della guerra". Per la precisione lo stratega cinese accenna, nel 13° capitolo, a truppe specificatamente destinate al sabotaggio, allo spionaggio, all' infiltrazione tra le linee nemiche, nonché alla guerriglia ed a qualsiasi azione di disturbo, tanto "ordinaria" quanto "atipica". Degli agenti dotati di straordinarie capacità fisiche e pieni di risorse, in grado di adattarsi alle più diverse situazioni critiche. Nonostante un probabile influsso cinese (e forse anche coreano), la figura del ninja è indissolubilmente legata al Giappone. Nel corso del VI secolo d.C. (periodo Soga) approda nell' arcipelago nipponico il buddismo di matrice continentale, caratterizzato da alcune pratiche religioso-filosofiche in parte esoteriche (In Sen Shu) e con risvolti marziali. Tali apporti culturali favoriscono l' ascesa di un nuovo corpo di "agenti speciali", in un paese endemicamente dilaniato dai conflitti tra i maggiori clan aristocratici. Tra la fine del VI e l' inizio del VII secolo d.C. uno di questi agenti, Otomo no Saijin, è il primo ad essere conosciuto con il nome di Shinobi (furtivo, silenzioso; nei caratteri kanji della lingua scritta giapponese equivalente a "ninja").

Nei cinque secoli successivi prendono forma e si sviluppano nelle impervie regioni di Iga, Ueno, Koga e Ise singolari comunità di rudi montanari, cui si uniscono proscritti ed emarginati di vario genere provenienti da tutto il Giappone, nonché profughi cinesi (soprattutto nel X secolo) ed ancora eremiti, mistici, maghi ed i cosiddetti yamabushi, o "guerrieri della montagna" (tra questi, particolarmente famosi i monaci del monte Hiei). Tali comunità, di fatto svincolate dal governo di imperatori, shogun e daimyo, si sviluppano autonomamente, coltivando le pratiche belliche e le arti marziali allo scopo di preservare la propria indipendenza. I vari componenti portano le proprie esperienze nel campo marziale, che viene fortemente caratterizzato dalla spiritualità buddista (ma anche taoista e scintoista, soprattutto nei loro aspetti esoterici) e dal legame con la natura selvaggia di quelle regioni. Approfittando del ricorrente stato di guerra tra le famiglie feudali giapponesi, gli abitanti delle regioni montane si mettono a loro disposizione in qualità di mercenari (a differenza dei samurai, votati alla fedeltà ai propri signori secondo i dettami di un codice etico).

Già dalla fine del VII secolo erano noti i Gyoia, un gruppo di yamabushi accoliti della dottrina esoterica dello Shugendo ("la via della pratica") e antesignani dei successivi ninja. Secondo una tradizione anche Yoshitsune Minamoto, fratello del primo shogun e figura chiave della storia giapponese (vissuto nel XII secolo), sarebbe stato loro discepolo. Un' altra setta, evolutasi tra VIII e IX secolo dal buddismo tantrico, era quella dello Shingon, che avrebbe sviluppato una ritualità occulta ereditata successivamente dal Ninjutsu. Ma le prime imprese riconducibili ai ninja/shinobi propriamente detti risalgono forse alle guerre Genpei (fine del XII secolo) e Nanbokucho (metà del XIV secolo). In quei secoli si avrebbe lo sviluppo dei veri e propri ryu ("scuole", ma anche "clan") di Ninjutsu, uno dei quali attribuito allo stesso Yoshitsune.

L' avvento dei militari al potere, con le figure degli shogun e degli shikken, porta solo provvisoriamente alla pace interna. Dalla seconda metà del '500 (Guerra Onin) e per più di un secolo l' aristocrazia guerriera (grande e piccola) si divide il Giappone, mantenendo il paese in uno stato di guerra pressoché costante. Ciò favorisce il ricorso sempre più massiccio ai ninja, divisi ora in numerosi ryu ben strutturati, pronti anch'essi a combattersi l'un l'altro al servizio dei diversi signori. Nonostante il disprezzo nutrito nei loro confronti dalla classe dei samurai ed i sospetti delle autorità politiche e religiose, i ninja, o shinobi, si rivelano decisivi in molte occasioni (distinguendosi, in particolare, nell'infiltrazione all'interno di castelli e accampamenti).

Nel 1581 uno dei più grandi daimyo della storia giapponese, Oda Nobunaga, tenterà di sterminare i ninja di Iga, invadendo la provincia con un grande esercito. Gli shinobi soccomberanno dopo una strenua resistenza ma, nonostante le gravissime perdite, riusciranno a resistere a questo tentativo di annientamento. Profughi dalla loro terra di origine, i superstiti si sparpaglieranno per tutto il Giappone, fondando nel tempo nuove ryu e assicurando la sopravvivenza del Ninjutsu e del Nin Po. Dopo la morte di Nobunaga (1582) il suo braccio destro, Tokugawa Ieyasu, ricorrerà all'aiuto sia dei ninja di Iga (fra i quali si distingue il famoso Hanzo Hattori) che di quelli di Koga nelle lotte contro i suoi nemici. Una volta diventato Shogun (1603), dopo aver soffocato le ultime velleità autonomistiche dei daimyo, continuerà ad avvalersi dei suoi shinobi come forze di "polizia segreta" per meglio controllare la riottosa aristocrazia, utilizzandoli anche nella repressione di rivolte e come guardie del corpo. I successori di Ieyasu, alla guida di un paese oramai unificato e pacificato, tenteranno di ridimensionare il ruolo dei ninja, riducendolo a compiti ordinari ed emarginando quanti rifiuteranno questa deriva. Coloro fra gli shinobi che si opporranno al regime dei Tokugawa saranno costretti, per evitare nuove persecuzioni, a tornare alla vita sui monti, ora dedicandosi all'ascetismo, ora al banditismo, ora mettendosi al servizio di qualche feudatario coinvolto in una faida con un vicino.

Con l'avvento della modernità e la restaurazione del potere imperiale a discapito dello shogunato (1868), abolite le antiche milizie feudali e la stessa figura del samurai (ora confluita nel rango di ufficiale dell' esercito imperiale), anche i ninja saranno inquadrati nel nuovo sistema militare, presumibilmente negli apparati di spionaggio e controspionaggio. È ancora testimoniata la loro attività in tutte le guerre combattute dal Giappone moderno, fino alla secondo conflitto mondiale (Filippine e Guadalcanal).

Biblografia:
Ken Challant, Roberto Bonomelli, Ninja. Le tecniche segrete – La pratica, De Vecchi Editore 1991.
Stephen K. Hayes, Ninja. I guerrieri dell' ombra, vol. 1, Edizioni Mediterranee 1987.
Stephen K. Hayes, Ninja. I guerrieri invisibili, Edizioni Mediterranee 1991.
Joel Levy, Ninja. Il guerriero ombra, Gremese 2010.
Fritz Rumpf, Ninjutsu, in Yamato: Zeitschrift der Deutsch-Japanischen Arbeitsgemeinschaft, Berlino, nn. 4-5, luglio-ottobre 1929, pp. 205-210; traduzione Michele Basile, revisione Patrizia Pozzoli.
Gianni Tucci, Ninja. Segreti, storie e leggenda, vol. 1, Edizioni Mediterranee 1990.